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“Certe cose sono come l’ HIV: ce l’hai nel sangue”


Complimenti a Fedez!
La sua conoscenza del virus dell’immunodeficienza umana, mi ha davvero stupito.

Iniziamo subito a evidenziare un aspetto inconfutabile di tale cultura moderna, asserendo che si tratta di un genere e di un vero e proprio stile di vita, copiato dagli amici Statunitensi.

L’ hip hop nasce nel bronx agli inizi degli anni ’70.
Punto di riferimento e di richiamo per la comunità afroamericana dell’epoca, la quale viveva in un reale scenario  di degrado, povertà e inaudita violenza.
Si cercava, con l’ausilio di feste organizzate e ritrovi notturni, di dare un senso al disordine causato da quel degrado, manifestando i propri sogni di riscatto e libertà.
L’hip hop con il tempo,  diventa vero e proprio portavoce di un segnale di cambiamento e inizia a diffondersi in tutta l’America.
Purtroppo la sottomissione all’industria discografica ha sancito una contaminazione e un inquinamento di stile, contenuti e consumi.
Grazie all’interessamento dei media, dovuto a un sempre più crescente avvicinamento di grandi masse a tale disciplina, è riuscito a insediarsi in svariati contesti territoriali, in ognuno dei quali rappresentava una specifica identità culturale.

In Italia è solo agli inizi degli anni ’90 che si ha il primo approccio, focalizzando l’attenzione più sulla forma che sui contenuti (all’epoca l’inglese aveva un’importanza marginale, pregiudicando il vero senso dei messaggi sanciti).

Seppur diversamente attuato, l’avvicinamento più coerente lo si è raggiunto con l’uso di tale stile all’interno di centri sociali, nei quali venivano almeno rispettate le fondamenta di tale cultura: rifiuto per il potere dominante e rigetto per il rap mainstream.
Paladini di questo contesto, sono stati sicuramente  i 99 posse che, nonostante  stimi e apprezzi, li ho ritrovati in canali youtube tipo “Vevo”, esprimendo, a mio avviso, un certo controsenso “come ritrovare al Casinò municipale di Montecarlo,  Che Guevara ben vestito che gioca alla roulette”.

L’hip hop della cultura popolare e cioè quello che siamo abituati a sentire e a vedere più di frequente nei media, è totalmente diverso.
Incurante della pericolosissima valenza sociale che ne scaturisce, persevera con la diffusione di precarie idolatrie costituite da uno scadente linguaggio verbale, un logoramento ulteriore di valori e una spropositata pubblicità a prodotti e marche d’abbigliamento made in USA.
Vuol presentarsi come pura controtendenza ma effettivamente se ci guardiamo intorno, è divenuta normalità.

Inutile essere in disaccordo sulle basi  fondamentali:
catene d’oro, anelli, tatuaggi, cappelli, auto e moto di lusso, aggressività, storie di strada, donne oggetto,  ristoranti di classe, alcol e droga, sesso e look modello ghetto, linguaggio volgare e una sempre maggiore tendeza all’uso dell’inglese.

Naturalmente il nostro rap è un rap all’Italiana in cui ragazzini, provenienti da famiglie medio/alto borghesi, che vivono in case di lusso, con genitori ben inseriti in questo contesto globalizzato, sono attratti da questa corrente che millanta successo, donne e denaro, il tutto tutelato dalla corazza del modello “gang”; naturalmente coloro che dovrebbero indirizzarli verso la retta via, sono gli stessi che si sono persi ancor di più e, seppur vestiti con giacca e cravatta e con tailleur e Vuitton, sono ancora più infangati dei figli, avallando la scelta del bimbo minchia di voler intraprendere la strada da Rapper.

E’ così che la reale voce di strada di grandiosi nomi come Tupac e Notorious si è trasformata in Italia,  in lagne di bambocci e sempliciotti adulti che cercano di esternare la loro accattivante persona “immaginaria”; un hip hop di massa, costituito da metrica e testi aggressivi, un utopico contenuto frutto di una completa  estraneità a contesti degradati, risultando, loro stessi, provenire da una condizione privilegiata.
Più selfie che respiri, più tatuaggi che peli e le ritrovi negli interessanti programmi televisivi commerciali, o nelle pagine di prestigiose riviste di gossip, eclissando in modo totalitario la fondamentale regola della cultura stessa, mai vendersi al Sistema.
Stati su facebook da ganster e tweet potenti come proiettili, sconsacrando del tutto la natura di questo fantastico stile di protesta.

Anche in quelle realtà più radicate, ad esempio Napoli, spesso si trasforma il tutto con una semplice istigazione alla violenza, una venerazione della malavita locale,un ripudio netto verso la politica e il potere ma non appena ci si presenta l’occasione per far soldi, si vendono al primo produttore, consentendo la diffusione dei propri testi, in serie tv o film che addirittura denigrano la propria terra.

Come per la televisione, invasa da format demenziali, anche la musica sta subendo questa metamorfosi generata dalla globalizzazione, ragazzi di buona famiglia che cercano in tutti i modi di apparire come banditi mentre i veri banditi  cercano in tutti i modi di camuffarsi da brave persone.

“europa ‘a ccà, europa ‘a llà mo parlano pure ‘e mondialità ma chi fatica pò ì sulo a faticà ” 99posse.

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