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Esiste quel dolore la cui natura è completamente estranea a qualsivoglia patologia clinica, né tanto meno è generato da un colpo inferto.
E’ astratto, ma non per questo meno straziante.
Stritola l’anima, blocca il respiro e inibisce il cuore ma non ti spegne e non lo fa per generosità,  perchè non è mai sazio e imperterrito continua a convivere al tuo fianco.

In questi momenti sembra proprio che Schopenhauer nelle sue parole abbia descritto perfettamente l’amarezza della vita.
Strano che proprio l’amore,  massima esaltazione del bene, riesca a trasformarsi in una forza tanto brutale da non riuscire nemmeno a farti abbandonare nell’oblio.

Le dinamiche dell’amore, finanche nell’etimologia del termine stesso, sono incomprensibili e infinite, dunque non determinabili.
Gibran scrisse “L’amore è una parola di luce, scritta da una mano di luce, su una pagina di luce” ma è chiaro che si sbagliava.
Tanta luce non può generare abissi così oscuri,  tuttavia anche Schopenhaur asserendo che l’amore non è altro che un ulteriore dolore che ci dona la vita, non lo definiva in maniera completa; quelle sensazioni indescrivibili prodotte  dall’amore, non possono avere radici in alcun dolore.
Quando nell’antitesi nessuno riesce ad avere la meglio si delinea un’unica certezza: o entrambi dicono il vero o entrambi si sbagliano.

Il dolore provocato dell’amore è di gran lunga maggiore di quello fisico poiché con esso si annienta la preziosa speranza riposta nelle cure.
Colui che credevi non potesse infliggerti alcuna pena risulta improvvisamente l’artefice dell’esecuzione della tua anima.
Colui che poco prima senza esitazione ti sussurrava tenere parole, colme di promesse e certezze, mostra ora nel silenzio il suo massimo distacco e cinismo.
Colui che riusciva a farti assaporare l’amore, nei suoi molteplici aspetti, è il medesimo che riesce a farti percepire chiaramente l’indefinibilità del nulla.

La consapevolezza che  presente e futuro non potranno generare nuovi ricordi con la persona amata è l’ostacolo massimo da superare.
André Gide scrisse:
Non c’è niente che ostacola la felicità quanto il ricordo della felicità.

La nostra natura ci impone di andare avanti ma non per questo ci tutela da ulteriori errori che paradossalmente si moltiplicano quanto maggiore sembrano essere gli ostacoli.
Proprio in questi momenti, credendo di aver già toccato il fondo, facciamo scelte che nell’illusione di una rapida guarigione non ci aiutano, anzi peggiorano la nostra già martoriata condizione.
C’è chi si illude di trovar riparo in pillole mortali, etichettate come medicinali, ma ben presto si rende conto di fluttuare nel nulla senza neache più riconoscersi.
C’è  chi si lascia ingannare dalle infinite distrazioni moderne riscoprendo, poco dopo, che sono servite  unicamente ad umiliarsi.
Chi ancora continua a lamentarsi e a mostrare continuamente la sua angoscia illudendosi che nella pietà possa ritornare quella persa felicità.

Sarebbe molto più sensato comprendere che non meritiamo di ferirci ulteriormente poichè quell’amore perso proviene proprio da Noi stessi e proseguire il nostro cammino del divino dono dell’esistenza è categorico.
L’incertezza del futuro è una condizione sorprendente, mai precaria.
Qualcuno scrisse  “Si soffre molto per il poco che ci manca e gustiamo poco il molto che abbiamo”.
E’ questa la direzione da percorrere quando ci ritroviamo nel nulla poiché siamo in noi è riposta  l’unica certezza.
L’amore,  tra le altre cose, origina sofferenza e non possiamo sottrarci a tale dinamica poiché maggiore sarà la conoscenza di tale sentimento, superiore sarà l’intensità del prossimo amore.

Molto meglio prepararsi su ciò che arriverà che farsi ingannare dai ricordi.

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tv spenta, smartphone spaccato e un buon vino. Questo è il social che preferisco.

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