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Striscia la notizia è sicuramente uno di quei programmi televisivi che rispecchia in modo esemplare il  livello culturale della nostra società e, nonostante venga catalogato come un comune “varietà”  è evidente che con la sua autentica comicità cerca di camuffare un profondo senso di giustizia e riscatto sociale.
Qualche giorno fa, a cena a casa di amici ,  ritenendo scortese chiedere di spegnere la tv, mi sono ritrovato a dover subire la violenza di ascoltare un servizio di Rajae Bezzaz, spesso impegnata nella diffusione di stranezze e controsensi “arabi”.
L’inviata o la pseudo giornalista o opinionista oppure, sinceramente non saprei, spinta a mio avviso  da una famelica voglia di emergere o solamente vittima dalla moderna patologia della visualizzazione, ha iniziato il suo breve contributo televisivo con un sorrisino che esprimeva la sua gioiosa compiacenza nel aver generato sprazzi di cultura sociale.
Non intuire l’importanza di avere la possibilità di parlare in tv e sprecare minuti preziosi per parlare di facebook, risulta un comportamento discutibile che genera, a mio avviso, il primo solido controsenso.
Inizia asserendo che “il mondo arabo sembra avere un rapporto contraddittorio con i social network”, continua con una domanda che palesa una profonda conoscenza filosofica del dubbio metodico: “ Non è strano che su facebook, il libro delle facce molte donne arabe cercano di nascondere la propria?
A sostegno di questa fantastica scoperta metafisica, inizia una sorta di intervista “rivelatrice” all’Imam di Torino, montata in stile “kubrick” o semplicemente, a suo parere, rispettando i famosi dogmi arabi relativi agli incontri televisivi, seduta a terra e con la sciarpa sul capo.
Successivamente si cimenta in una serie di interviste “on the road”, che oltre a subire una minuziosa selezione e  formidabili tagli, risultano affascinanti, comiche e  insensate; infine, l’intervento di un avvocato italiano indica, per la propria  tutela, su come comportarsi nel caso dovessimo imbatterci con foto profilo senza volto.

Se lo scopo, come appare evidente, è mostrare il livello avanzato occidentale di approccio ai social network a discapito di quello arabo, direi che siamo dinanzi a un concetto profondamente relativo.
La scelta di intitolare il suo servizio “facebourq”, inoltre, è alquanto controproducente per il messaggio che si vorrebbe instillare; se, come ci spiega la Bezzaz, è strano che spesso su Facebook, che tradotto letteralmente libri delle facce, vi siano profili con foto di  donne coperte dal velo, un servizio dedicato all’occidente come dovremmo chiamarlo?

 ASSBOOK – TITSBOOK O NARCISSUSBOOK

Anche in questo caso è ovvio che la tutela dei terzi è compromessa in quanto, oltre al velo, anche un culo non risulta rivelatorio, o forse no!
Per cui i consigli dell’avvocato restano validi  anche in occidente.
Se ivece, il fine dell’inviata fosse stato  di natura filantropa e cioè quello di sensibilizzare il ruolo della donna araba, le avrei suggerito di dedicare prima un servizio proprio all’interno del suo programma, delucidandoci sul ruolo cardinale svolto dalle veline.
Possiamo definire con il termine  “libertà”  l’immagine triste e volgare  di una donna poco vestita e il cui unico compito è quello di sorridere o quello di sdraiarsi sul bancone?
In una società avanzata (come amiamo definirci), non sarebbe opportuno cercare di bonificare tale problema tenendo presente che  tante adolescenti reputano queste tipologie di soggetti come modello da imitare?
Tuttavia dalla visione del servizio ho appreso un insegnamento che terrò ben presente per il resto della mia vita:
Quando mi ritroverò a cena a casa di amici e la televisione sarà accesa, meglio apparire maleducato chiedendo di spegnerla piuttosto che subire tale follie.
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