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a cura di: Alex DeLarge - moderatrice: Ivana Migani

Siamo quello che abbiamo scelto di essere.
Inutile accusare famiglia,  amici, lavoro, politica o addirittura pensare di essere vittime della malasorte.
Quello che sei è opera tua e di nessun altro.
Possiamo cambiare? Certo che si!

Abbandonarsi  a luoghi comuni è solo un’ulteriore forma di autolesionismo, “un pero non fa un melo”, “chi nasce tondo non può morire quadro”, chi lo dice?
Il cambiamento è una nostra prerogativa e ogniqualvolta che ne dovessimo avvertire la necessità, possiamo e dobbiamo farlo.
Cambiare vuol dire scegliere una strada diversa, un cammino diametralmente opposto o semplicemente diverso da quello finora seguito.

La nostra condizione, come quella di tutte le specie animali, è strettamente correlata all’essere, all’habitat e alla capacità di adattamento.
L’essere siamo noi, che beneficiando del dono dell’esistenza, siamo capaci di ragionare, di scegliere, di desiderare.
L’habitat è caratterizzato da tutto ciò che ci circonda.
L’adattamento, forse uno dei regali più grandiosi della natura, è la capacità di poter vivere nei molteplici contesti che ci propone il creato o semplicemente scegliere di non accodarci alla condizione comune stabilita.

Habitat

E’ proprio nel contesto in cui viviamo, a mio avviso, che si nasconde la risposta biologica, rappresentata da questa forma di insoddisfazione sempre maggiore e comune.
L’occidente è pervaso da un patologico consumismo che, inevitabilmente, ha sancito usi, costumi e stili di vita, producendo e confondendo l’inutilità per la necessità.
Questa contaminazione della nostra condizione si è mossa in modo ingannevole, plagiando la nostra percezione della felicità e indirizzandola verso la ricerca del requisito dell’avere, boicottando quello dell’essere, sostituendo il fondamentale verbo  “fare” con il culto del “possedere”.

Film, format televisivi, pubblicità e informazione in generale, risultano essere  la discarica matrice di tale inquinamento, formulando  un’utopica sembianza del prototipo di “felice”; è il mainstream il nostro mentore, colui che ci induce al rinnovamento, “social”mente inseriti, è sempre lui a proporci di seguire la moda, in perenne mutamento, è il medesimo a enfatizzare stili di vita artefatti e illusori, generando quel processo mediante il quale, “comprare” vuol dire “essere” per elevare il nostro stile di vita a discapito di altri.

La nostra sempre maggiore manipolazione culturale, basata sul perfido “ipse dixit” e sulla religione, fa sì che vi sia una convinzione di base, assolutamente infondata e menzognera:
Siamo in quella parte del globo ove vige la massima forma di civiltà e dove si manifesta la migliore qualità di vita, e ne siamo certi! Inutile essere in disaccordo, è così come contestare la nostra superiorità.

Di base però vi è una scottante verità, che demolisce la nostra indiscussa egemonia occidentale, poiché  in totale conflitto con i dogmi propagandati da queste parti:
è il millenario sfruttamento di interi continenti ed etnie, unito alla macabra opera dell’imperialismo, tutt’oggi vigente, basato sull’espropriazione forzata di risorse. Questi sono gli unici ingredienti della nostra appetitosa ricetta capitalista.
Ne scaturisce un concetto ben delineato, “siamo perché abbiamo vietato altri di essere”, “possediamo perché derubiamo”.

Questa evidenza è necessaria per raggiungere la consapevolezza, fondamentale per qualsiasi cambiamento, poiché solo riconoscendo noi stessi riusciamo a stabilire la necessità o meno di dover mutare.
Non è il figlio mediatico di Maria De Filippi a dover essere il beniamino di riferimento, nè il moderno pensiero filosofico Savianese a custodire verità morali, ma quanto più ci si allontana da tale alterata realtà, tanto più  si raggiunge una concreta soddisfazione o liberazione, poiché le fondamenta precarie di tale dottrina moderna sono basate su quel macabro meccanismo mediante il quale ci si sforza ad analizzare sempre le conseguenze e mai le cause.
Per essere più concreti, accettare che format come “Uomini e Donne” siano il riflesso della realtà giovanile italiana è praticamente  inesatto, poichè è proprio la propagazione di idoli rappresentati da lampadati, palestrati, aggressivi e volgari che innesca questo meccanismo narcotico. Oppure, i plateali comizi di Saviano  a difesa della democrazia missilistica israeliana e a discapito della resistenza “terroristica” palestinese. O ancora, la narrazione delle gesta magnanime dei caschi bianchi in Siria, eludendo la causa di tal eroico intervento(necessità occidentale di destabilizzare paesi sovrani). Tutti componenti, contributi della disinformazione inquinante della società.

Sostanzialmente viviamo in un luogo in cui vi è una spropositata venerazione del consumo, generata dal moderno pensiero mediatico dominante, nel quale funge da protagonista l’ingannevole  percezione che solo possedendo tutto ciò che ci viene proposto si raggiungerà la desiderata felicità, illudendoci e spingendoci a condurre una vita interamente dedicata a produrre e a fare tanti soldi.
In realtà, noi non desideriamo le cose che acquistiamo, ma inconsciamente vogliamo ciò che il violento marketing ci trasmette.
Non è un caso che la pubblicità di qualsiasi prodotto non risulta più descrittiva o informativa, ma sollecita unicamente il nostro lato emozionale.
Tutto ciò naturalmente genera insoddisfazione, sia in coloro che non riescono a raggiungere quello stile di vita divulgato, sia in chi, seppur  conquistandolo, si rende conto che ancora non gode di appagamento e soddisfazione.
Jim Carrey disse “Vorrei che fossero tutti ricchi e famosi per comprendere che non è questa la risposta”.

L’insoddisfazione non è altro che la prima tessera del domino che cadendo, innesca infinite reazioni e conseguenze.
Alcol, droghe, pornografia virtuale, gioco d’azzardo, panico, ansia, depressione o semplicemente la consapevolezza di non essere nel giusto, sono il quadro generale dipinto dal capitalismo.
Benchè questi ultimi elementi siano tanto cupi e sadici, risultani i medesimi provocatori di un possibile cambiamento.
Non siamo vittima della droga, siamo colpevoli della vita che stiamo conducendo, per cui cerchiamo riparo nell’effetto perverso di alcune sostanze; non siamo depressi, è semplicemente la risposta della nostre psiche a questa precaria condizione in cui l’abbiamo imprigionata; non giochiamo d’azzardo perché siamo malati, ma esclusivamente perché crediamo di poter ritrovare la soluzione, plagiati da una delle più perfide conquiste del moderno marketing.
Il fattore che accomuna tutte queste deviazioni è semplicemente uno: qualcosa o tante cose, non vanno bene, bisogna cambiare!
Prima di ogni altra cosa, deve valere la volontà di non ricadere nella trappola di nuovi congegni moderni, “è troppo tardi” o “inutile provarci”, sono termini inappropriati, il tempo del cambiamento è sempre attuale e se per cambiamento si intende miglioramento, diventa categorico!
Questi termini sono indicatori precisi che palesano un modo di vivere errato e pregiudizievole.

Sacrificio e rinunce ci condurranno inevitabilmente a una maggiore elevazione poiché sazieranno la consapevolezza e la convinzione che, non abbiamo bisogno di tutte le assurdità che ricerchiamo e ci orienteremo verso cose o situazioni da cui ne trarrai realmente beneficio.

Dedicare ore intere ai social per sottrarle alla vita reale è una follia, e impegnarti a nutrirci di vero collettivo deve essere uno  dei nostri nuovi comandamenti.
Spegniamo tv, tablet e pc e dedichiamo quel tempo ai nostri figli o ai nostri cari o al nostro cane, sarà sorprendente scoprire  che una semplice passeggiata  renda felici noi e chi ci sta accanto.
Liberiamoci dalla fobia di dover produrre e fare tanti soldi, solo questo farà di noi delle persone ricche, poiché abbiamo più tempo, ed è il tempo l’unica valuta esistente.
Droghe, alcol, azzardo,  sono i nostri  nemici, non nutrirli ma lasciamoli deperire nel loro stesso marciume.
I momenti che condividiamo con le nostre famiglie non devono in alcun modo essere contaminati da squilli di smartphone o interrotti da inutili messaggi whatsappiani.
Non scriveiamo sempre liste di cose da fare o da acquistare ma iniziamo ad annotare i nostri reali desideri.
L’ultimo iphone, l’ultimo mac, l’ultimo samsung, non saranno mai gli ultimi ma sempre i penultimi, non sosteniamo questi generatori di bisogni inutili.
Dedichiamo più tempo a ciò che ci piace e non a ciò che ci fanno credere ci piaccia.
Passo dopo passo, assaporando il gusto di veri momenti felici, verrà tutto facilitato da un automatismo, e se non dovesse riuscire a condurci alla felicità, ci premierà convincendoci che ciò che stiamo facendo è la cosa giusta.

Se non siamo in grado di cambiare il mondo in cui viviamo, proviamo almeno a modificare la nostra condotta.

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